Il latte in Italia

Latte e diossinaLe analisi sono state condotte su 11 campioni di latte di vacca (di due litri ciascuno), provenienti da fattorie poste a diverse distanze da impianti d’incenerimento di rifiuti urbani, in un raggio compreso fra i 250 e i 5500 metri.
Le 11 fattorie selezionate sono situate in 8 località di 4 regioni: Emilia Romagna, Veneto, Lombardia e Toscana.
In alcune aree sono stati effettuati due campionamenti in fattorie poste a differenti distanze da uno stesso impianto. Per avere un valore di riferimento sulle diossine, essendo i composti più pericolosi, è stato analizzato un campione di latte prelevato in un’azienda sita lontano da impianti di incenerimento (“bianco”).


Lo scopo della ricerca era quello di verificare la presenza di diossine, furani e metalli pesanti (piombo, cromo e cadmio) nel latte vaccino e se vi fosse una correlazione fra la distanza dall’inceneritore e la concentrazione di queste sostanze.

Gli inquinanti dispersi dai camini degli inceneritori si accumulano nell’ambiente, vengono ingeriti dal bestiame e quindi trasferiti nel latte, in quanto principale mezzo di eliminazione delle tossine dall’organismo animale (Baldassarri et al. 1994).
Il passaggio diretto di queste sostanze nel latte è dovuto, almeno per quanto riguarda le diossine, alla loro liposolubilità, cioè alla caratteristica di essere solubili in sostanze grasse, come appunto il latte.

Per quanto riguarda i metalli pesanti, la concentrazione di piombo si è rivelata, in tutti i campioni, dalle due alle dieci volte superiore al limite normativo imposto dalla Comunità Europea, pari a 0.02 mg/Kg di peso secco.

Le analisi su diossine e furani sono state condotte solo su 4 campioni (compreso il bianco), scelti sulla base dei risultati delle precedenti analisi sui metalli e di alcune caratteristiche dell’area e degli impianti esaminati.

Per questi ultimi composti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha recentemente abbassato i limiti di assunzione giornaliera entro cui non si prevedono effetti negativi per la salute (TDI) a 1 – 4 pgTEQ/Kg di peso corporeo (cioè da 1 a 4 millimiliardesimi di grammo ogni chilo di peso).

Nonostante i valori riscontrati nei campioni analizzati non siano tra quelli più elevati riportati in letteratura, il consumo di 100 grammi di latte prelevato a Como, ad esempio, è sufficiente a fornire l’intero TDI ad una persona di 70 chili, mentre in soli 40 grammi si trovano diossine sufficienti a far raggiungere il TDI ad un bambino di 20 chili di peso.

La normativa comunitaria, che è entrata in vigore in tutti gli stati europei a partire dal 1 luglio 2002, prevede il limite massimo delle diossine nel latte pari a 3 pg OMS-TEQ/ g grasso. Dai risultati della nostra ricerca si evince che due campioni sui tre sottoposti ad analisi hanno una concentrazione di diossine al limite massimo consentito.

Altro dato interessante, emerso dalla nostra indagine, è che la concentrazione degli inquinanti, sia per quanto riguarda i metalli che le diossine, presenta valori decrescenti in funzione della distanza dall’inceneritore.
Ciò è oggettivamente riscontrabile nelle aree dove sono stati prelevati due campioni di latte in fattorie poste a distanze differenti dall’impianto, come a Modena, Reggio Emilia e Bologna.

Anche se nelle aree urbane ed industriali è difficile imputare l’inquinamento da diossina e metalli all’attività di un impianto d’incenerimento, in quanto possono coesistere differenti fonti di diffusione di questi contaminanti, esistono studi che confermano l’evidente correlazione tra la distanza dall’impianto e la concentrazione di questi composti organici nel suolo. Fenomeno che induce a considerare gli inceneritori come una delle fonti primarie di contaminazione da diossina.

 

Tabella 1 – Risultati di metalli (cromo,cadmio e cromo) in 11 campioni di latte Vaccino.

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Tabella 2 – Risultati di diossine e furani in 4 campioni di latte vaccino, compreso il campione.

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Con il termine diossine si intende la somma di diversi congeneri di diossine e furani (con 4, 5, 6, 7 e 8 molecole di cloro per composto).
I valori in tabella si riferiscono alla tossicità equivalente (I-TEQ) che è un fattore di conversione per comparare il grado di tossicità tra i diversi tipi di diossine, furani e PCB rispetto alla diossina più tossica, nota come 2,3,7,8 – TCDD o diossina di Seveso.

 

Impatto sanitario di diossine e furani

Diossine e furani comprendono un gruppo di circa 210 composti organici (detti congeneri), che differiscono per posizione e numero delle molecole di cloro presenti nella struttura. La quasi totalità delle diossine si formano come sottoprodotti indesiderati di diversi processi industriali, quali la produzione di pesticidi e erbicidi, lo sbiancamento della carta e la combustione di materia organica.

L’UNEP (programma ambientale delle nazioni unite) identifica l’incenerimento dei rifiuti come la fonte principale di emissione delle diossine seguito, per indicare alcuni esempi, dai cementifici, dalla combustione di biomasse e dalla produzione di metalli ferrosi.

Fin dai primi anni’70 e con un rinnovato interesse negli anni ’90, le diossine risultano essere i composti chimici più studiati in virtù del loro impatto sull’uomo e della loro capacità di dispersione nel globo attraverso le correnti aeree.

Questi composti si trovano ovunque nell’ambiente in aria, nel suolo, in acqua e nei sedimenti e raggiungono gli organismi animali, in maggior percentuale, attraverso la catena alimentare ed, in minor misura, per inalazione. Nell’uomo, diossine e PCB vengono assunti, per circa il 90%, attraverso gli alimenti, soprattutto di origine animale (latte, carne, pesce, molluschi e crostacei) e sono stati identificati nei tessuti adiposi, nel sangue e nel latte materno in livelli superiori a quelli documentati nel passato. In alcuni casi è stato possibile correlare l’aumento di questi composti nell’organismo con la costruzione di un impianto di incenerimento.

La presenza di diossine e PCB nel cordone ombelicale e nella placenta (impatto prenatale) e nel latte materno (impatto postnatale) solleva preoccupanti interrogativi sugli effetti, soprattutto a livello neurocomportametale, che si potranno manifestare a medio-lungo termine nelle generazioni future. Le quantità di diossine e PCB assorbite attraverso il latte materno contribuiscono all’accumulo di questi composti nell’organismo maturo; dallo studio si evince, inoltre, che nelle donne la percentuale di accumulo è superiore a quella degli uomini (14% contro 12%).

Lo IARC, agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, ha riconosciuto la diossina 2,3,7,8 TCDD come una sostanza cancerogena per l’uomo. Le altre diossine inducono effetti diversi sull’uomo a seconda del livello di concentrazione e dell’esposizione a breve o a lungo termine a cui è sottoposto l’organismo.

L’esposizione per brevi periodi ad alte concentrazioni di diossine porta ad eruzioni cutanee note come cloracne e ad alterazioni delle funzioni epatiche.
A esposizioni a concentrazioni di diossine più basse per periodi di tempo lunghi, invece, si associano disturbi al sistema immunitario (aumento delle allergie), riproduttivo (diminuzione del numero di spermatozoi, aumento degli aborti spontanei), endocrino (alterazione della funzione tiroidea, endometriosi) e a quello nervoso.

 

Impatto sanitario dei metalli

A seguito dell’incenerimento, i metalli pesanti presenti nei rifiuti in entrata, come piombo, cadmio, mercurio, arsenico e cromo si ritrovano in uscita sotto diverse forme: emessi dai camini dell’inceneritore allo stato gassoso o in associazione a particelle minuscole, oppure come contaminanti presenti nei rifiuti solidi prodotti da un inceneritore, quali ceneri e scorie.

Negli ultimi dieci anni sono state acquisite nuove conoscenze sugli effetti dell’esposizione umana al piombo. Molte indagini sono state condotte come conseguenza dell’impatto del traffico automobilistico. La prima campagna di sorveglianza biologica della popolazione contro il rischio di saturnismo (intossicazione da piombo e derivati), basata sulla presenza di questo metallo nel sangue (piombemia), è stata condotta in Italia a partire dal 1979. La seconda campagna, avviata nel periodo fra il 1992 e il 1996, ha avuto lo scopo di valutare l’andamento della concentrazione di piombo nel sangue. Il confronto con i risultati della prima indica una diminuzione dei livelli per la popolazione italiana fra il 40 e il 50% nel periodo fra il 1985 e il 1992-1996. Dai dati raccolti si può affermare che i livelli ambientali ed ematici di piombo sono diminuiti in connessione alla diminuzione di questo metallo nella benzina. Questo dato rende plausibile che il piombo residuo, presente nei nostri campioni di latte, possa essere derivato da incenerimento.

L’impatto sanitario del piombo è legato ad effetti a carico di diversi sistemi, fra cui quello nervoso (diminuzione quoziente intellettivo, aumento della distrazione e dell’impulsività), cardiocircolatorio (anemia, diminuzione della sintesi di emoglobina), urinario e riproduttivo. Di particolare interesse è l’effetto che interessa lo sviluppo cognitivo e comportamentale dei bambini, anche a basse concentrazioni (Allsopp M. et al. 2001). Rimane un problema ancora aperto l’eventuale azione mutagena e cancerogena del piombo.

Per il cadmio e per il cromo vi è una sufficiente evidenza di cancerogenicità negli organismi animali e per il cadmio sono stati documentati una serie di effetti avversi sul sistema cardiocircolatorio (ipertensione, malattie cardiache), urinario (proteinuria, disfunzioni renali) e respiratorio (tracheobronchiti, edema polmonare).